5 Marzo 2026, di Barbara Weisz – PMI.it
La proposta di legge sulla settimana corta non diventerà legge. Il 3 marzo 2026 la Camera ha approvato un emendamento soppressivo con 132 voti favorevoli, 90 contrari e 9 astenuti, mettendo fine all’iter parlamentare dell’AC 2067 a firma Fratoianni, con il sostegno di Schlein e Conte. Il testo è stato affossato prima ancora di arrivare al voto finale: la Ragioneria dello Stato aveva stimato un costo tra 8,5 e 11 miliardi di euro senza coperture, e la commissione Bilancio aveva espresso parere negativo.
Il dibattito politico è quindi chiuso. Per le aziende, invece, la questione resta aperta: la riduzione dell’orario di lavoro non ha bisogno di una legge per essere adottata e alcune realtà italiane lo fanno già da anni. La bocciatura cambia però le condizioni economiche del percorso (vengono meno gli incentivi contributivi previsti dalla proposta), sebbene non elimina lo strumento. Vediamo tutto.
I motivi della bocciatura in Parlamento della settimana corta
La motivazione ufficiale è la mancanza di coperture finanziarie. La proposta prevedeva un esonero contributivo fino a 8.000 euro annui per le aziende che, tramite contrattazione collettiva, riducessero l’orario settimanale fino a 32 ore a parità di retribuzione. La Ragioneria dello Stato ha stimato un impatto tra 8,5 e 11 miliardi su base triennale, senza che la proposta indicasse dove trovare le risorse.
C’era poi un secondo nodo politico: la proposta non escludeva la pubblica amministrazione, il che avrebbe comportato un fabbisogno aggiuntivo di personale difficile da quantificare. Rizzetto (FdI), presidente della commissione Lavoro, ha sostenuto che la settimana corta è praticabile solo dove la produttività aziendale è già alta, e che applicarla per legge significherebbe aumentare il costo del lavoro nelle realtà meno efficienti senza ottenere risultati.
L’opposizione ha reagito citando i dati: secondo il Censis, il 71% dei lavoratori italiani è favorevole alla riduzione dell’orario, e Schlein ha ricordato che l’Italia lavora più ore di Germania e Francia ma con produttività oraria inferiore. Le sperimentazioni condotte in UK, Portogallo, Spagna e Islanda hanno mostrato risultati positivi su produttività e benessere. Il confronto non ha convinto la maggioranza.
Cosa prevedeva il testo di legge respinto
L’AC 2067 non introduceva una riduzione dell’orario per legge: attivava un meccanismo incentivato attraverso la contrattazione collettiva. Nello specifico:
- i contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali potevano prevedere una riduzione progressiva fino a 32 ore settimanali, anche nella forma dei 4 giorni lavorativi, a parità di retribuzione;
- le aziende che sottoscrivevano questi accordi accedevano a un esonero contributivo fino a 8.000 euro annui, cumulabile con altri incentivi per nuove assunzioni;
- in assenza di contratti nazionali, l’accordo poteva essere attivato su richiesta di almeno il 20% dei lavoratori dell’azienda;
- la sperimentazione aveva durata triennale, prorogabile al rinnovo contrattuale.
Era previsto anche un Osservatorio nazionale sull’orario di lavoro per monitorare gli effetti economici e produttivi delle aziende che avessero aderito.
Cosa possono fare oggi le aziende senza la legge
La bocciatura parlamentare non preclude nulla sul piano operativo. Le aziende italiane possono introdurre la settimana corta via contrattazione aziendale o territoriale, esattamente come previsto dalla proposta respinta — semplicemente senza gli incentivi contributivi che avrebbero abbassato il costo del percorso.
Non è un’ipotesi teorica. Alcune realtà lo fanno già da anni, tutte attraverso accordi sindacali, non per effetto di una legge:
- Intesa Sanpaolo ha introdotto la settimana a 4 giorni da 9 ore su base volontaria in oltre 200 filiali;
- Luxottica con il progetto “Time4you” consente ai dipendenti di richiedere fino a 20 venerdì liberi all’anno mantenendo la retribuzione piena;
- Lamborghini applica un accordo integrativo che alterna settimane da 4 e da 5 giorni, con un monte ore di 33,5 ore settimanali medie;
- Lavazza e altre realtà del manifatturiero hanno sperimentato forme di riduzione dell’orario legate alla banca ore e alla flessibilità plurisettimanale.
Il CCNL Metalmeccanico 2025-2028 ha già istituito una commissione nazionale per analizzare e avviare sperimentazioni sulla riduzione dell’orario di lavoro: è un segnale che il tema sta entrando nella contrattazione nazionale, non solo aziendale. Sul piano pratico, le imprese che vogliono muoversi oggi possono misurare l’orario su base plurisettimanale invece che giornaliera, usare la banca ore, redistribuire i permessi annui, o avviare un accordo di secondo livello con le rappresentanze sindacali.
Come già illustrato nell’analisi sugli strumenti già disponibili in Italia per ridurre l’orario di lavoro sfruttando l’efficienza dell’AI, la leva tecnologica è spesso il prerequisito che rende sostenibile la sperimentazione anche nelle PMI.
Venendo meno l’esonero contributivo da 8.000 euro previsto dalla proposta, il calcolo di convenienza per una PMI cambia. Non scompare: la riduzione del turnover, il miglioramento del clima aziendale e l’attrattività verso i candidati sono vantaggi documentati. Ma vanno pesati caso per caso, settore per settore. Per chi volesse approfondire i pro e i contro emersi dalle sperimentazioni europee — Portogallo, UK, Islanda, Belgio — si legga l’analisi comparativa con i dati sui risultati produttivi e sulle criticità emerse nelle PMI.
Dove siamo rispetto all’Europa
Il confronto europeo sull’orario di lavoro settimanale effettivo mette l’Italia in una posizione mediana ma con una produttività oraria inferiore rispetto ai paesi con orari simili o più brevi. I dati Eurostat indicano che i Paesi Bassi si attestano intorno alle 32 ore, Norvegia, Austria e Germania intorno alle 33, la Francia a 35 ore (con la settimana da 35 ore introdotta per legge nel 2000 da Jospin). L’Italia è a 36 ore, come Spagna e Svizzera, ma sopra la media dell’Europa occidentale in termini di ore lavorate e sotto per produttività oraria.

Il Belgio è l’unico paese UE ad avere una legge sulla settimana corta, ma funziona diversamente da come viene spesso descritta: non riduce le ore totali, le comprime su 4 giorni invece di 5. Chi lavora 40 ore le fa in 4 giorni da 10 ore ciascuno. È un modello di flessibilità, non di riduzione. La proposta italiana bocciata questa settimana puntava invece a una riduzione vera a 32 ore, con parità salariale e incentivi contributivi. Sono due approcci distinti, con impatti diversi su produttività e costo del lavoro.
La discussione in Italia non si chiude con il voto del 3 marzo. Il tema della riduzione dell’orario tornerà nei rinnovi contrattuali, a partire dal settore CCNL Metalmeccanico, e probabilmente rientrerà nell’agenda parlamentare nella prossima legislatura.
Nel frattempo, per le aziende che vogliono muoversi gli strumenti contrattuali esistono già. La proposta di legge sulla settimana corta che ha percorso tutto l’iter parlamentare prima di essere bocciata era del resto lo sbocco di anni di pressione dal basso: dalle aziende che la sperimentavano, dai sindacati che la negoziavano, dai lavoratori che la richiedevano.
